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L’intelligenza artificiale cambierà il lavoro per il 40% delle persone nel mondo

By Stefano Diaz
Published 9 Aprile 2025
4 Min Read
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Contents
Un futuro del lavoro riscritto dall’algoritmoUna crescita vertiginosa e squilibrataLavori a rischio: non solo la manodoperaPaesi in via di sviluppo: il grande assenteInvestire per non restare indietroIl nodo etico e politico dell’intelligenza artificiale

Un futuro del lavoro riscritto dall’algoritmo

L’intelligenza artificiale sta riscrivendo le regole dell’economia globale e ora arriva un nuovo allarme: il 40% dei posti di lavoro nel mondo potrebbe subire un impatto significativo. Lo scenario è stato tracciato dall’Unctad, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di commercio e sviluppo, aggiungendosi ai recenti avvertimenti già espressi da altre istituzioni globali.

Una crescita vertiginosa e squilibrata

Secondo le previsioni, il mercato globale dell’intelligenza artificiale raggiungerà i 4,8 trilioni di dollari entro il 2033 – una cifra paragonabile al PIL della Germania. Tuttavia, questa rivoluzione non sarà uguale per tutti.

A oggi, solo 100 aziende, concentrate principalmente in Stati Uniti e Cina, controllano circa il 40% degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore AI. Si tratta di una struttura di tipo oligopolistico che rischia di accentuare le disuguaglianze globali.

I grandi colossi come Apple, Nvidia e Microsoft hanno ormai un valore di mercato che si aggira sui 3 trilioni di dollari ciascuno, cifre che competono con interi continenti in termini di capacità economica. Questo squilibrio potrebbe lasciare molti paesi in via di sviluppo esclusi dai benefici dell’intelligenza artificiale, aggravando il divario digitale e tecnologico.

Lavori a rischio: non solo la manodopera

L’impatto non si limiterà ai settori produttivi e manuali. Anche lavori intellettuali e altamente qualificati sono nel mirino dell’automazione. Le nuove tecnologie sono in grado di analizzare dati, redigere testi, rispondere a clienti e persino produrre contenuti creativi.

La stessa Unctad sottolinea che l’AI sarà un potente catalizzatore per l’innovazione, ma anche un fattore destabilizzante per milioni di lavoratori, soprattutto in paesi che non dispongono di una strategia chiara e risorse adeguate.

Paesi in via di sviluppo: il grande assente

Uno degli aspetti più critici messi in evidenza è che meno di un terzo dei paesi in via di sviluppo ha una strategia nazionale sull’intelligenza artificiale. Inoltre, ben 118 paesi – la maggior parte situati nel Sud globale – non hanno alcuna rappresentanza nei principali organismi internazionali di governance dell’IA.

Ciò significa che una larga fetta della popolazione mondiale è esclusa sia dalla progettazione delle regole, sia dalla spartizione dei benefici legati a questa trasformazione tecnologica.

Investire per non restare indietro

L’Unctad lancia un appello forte e chiaro: le economie in via di sviluppo devono investire in infrastrutture digitali, accesso ai dati e competenze. Solo così sarà possibile colmare il divario e garantire una transizione equa.

Tre sono le priorità individuate:

  1. Investimenti strategici in tecnologia, formazione e innovazione.
  2. Governance inclusiva, che permetta anche ai paesi meno avanzati di partecipare alle decisioni globali sull’IA.
  3. Cooperazione internazionale, per evitare che l’intelligenza artificiale diventi uno strumento di potere concentrato anziché un’opportunità condivisa.

Il nodo etico e politico dell’intelligenza artificiale

Oltre alle questioni economiche, l’IA pone anche enormi interrogativi etici: chi decide cosa può o non può fare un algoritmo? Chi controlla le informazioni, i dati, i risultati delle decisioni automatizzate?

Il predominio di pochi player globali rende il sistema fragile e potenzialmente iniquo. In un mondo che corre sempre più veloce verso la digitalizzazione, serve una risposta collettiva, che metta al centro l’essere umano, prima che sia troppo tardi.

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