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Rewilding e biodiversità: il rischio nascosto dietro i progetti di conservazione nei paesi ricchi

By Mirko Rossi
Published 20 Febbraio 2025
5 Min Read
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Rewilding in Europa e l’espansione delle foreste: una crescita a caro prezzo

Negli ultimi decenni, il concetto di rewilding si è imposto come uno degli strumenti più acclamati per ripristinare ecosistemi degradati e favorire il ritorno della fauna selvatica. Tuttavia, dietro l’entusiasmo che anima molti programmi di conservazione ambientale nei paesi ricchi si nasconde un’ombra che minaccia proprio ciò che si vuole proteggere: la biodiversità globale.

 

Tra il 1990 e il 2014, le superfici forestali europee hanno registrato un’espansione pari a 13 milioni di ettari, una porzione di terra assimilabile all’intero territorio della Grecia. Questo aumento, avvenuto soprattutto in paesi come Svezia, Finlandia, Germania, Spagna e Francia, ha risposto in gran parte agli obiettivi di riduzione delle emissioni e cattura del carbonio, oltre che a pratiche di rewilding. Eppure, la storia di questo incremento boschivo non è priva di conseguenze.

 

La fuga della produzione agricola e la deforestazione nelle aree tropicali

Mentre i boschi europei si estendevano, la produzione agricola subiva una contrazione in vaste zone del continente. Tuttavia, il fabbisogno alimentare della popolazione europea non è diminuito. Così, la coltivazione di soia, olio di palma, cacao e caffè è stata progressivamente spostata verso Brasile, Indonesia, Costa d’Avorio e Ghana, paesi caratterizzati da foreste tropicali ad altissima biodiversità.

 

Le stime indicano che, nello stesso periodo, circa 11 milioni di ettari di foresta tropicale sono stati rasi al suolo per soddisfare la domanda agricola europea, con gravi perdite per specie animali e vegetali rare. In questo modo, il guadagno ecologico nei paesi europei si è tradotto in distruzione ambientale altrove, evidenziando il fenomeno noto come fuga di biodiversità.

 

Il caso del Devon e la reintroduzione del castoro eurasiatico

Emblematico è il caso del Devon, nel Regno Unito, dove la reintroduzione del castoro eurasiatico (Castor fiber) è stata celebrata come un successo di rewilding. Questi animali, noti per la loro capacità di modellare i corsi d’acqua, hanno creato zone umide, aumentando la diversità biologica locale e migliorando la qualità dell’acqua. Tuttavia, tali interventi, pur lodati a livello nazionale, non sono privi di effetti indiretti sul piano globale.

 

Con la riduzione delle superfici agricole britanniche, si è accentuata la dipendenza del Regno Unito da importazioni alimentari provenienti da America Latina e Asia sudorientale, aree dove la deforestazione tropicale avanza rapidamente per lasciare spazio a piantagioni industriali.

 

L’impatto delle politiche ambientali nei paesi ad alto reddito

Le politiche di riforestazione e rewilding risultano particolarmente attraenti per i paesi industrializzati come Germania, Regno Unito e Paesi Bassi, dove la natura è stata storicamente sacrificata in favore dell’urbanizzazione e dell’agricoltura intensiva. Tuttavia, questi stati, caratterizzati da una biodiversità più limitata rispetto alle regioni tropicali, tendono a spostare le pressioni ambientali su nazioni meno sviluppate, come il Perù, la Colombia e il Vietnam.

 

Questo meccanismo di esternalizzazione ecologica comporta che i vantaggi locali dei progetti di rewilding possano essere annullati da danni ambientali in aree a biodiversità critica, come le foreste pluviali dell’Amazzonia, le giungle del Sud-est asiatico e le savane africane.

 

La sfida di conciliare conservazione e sicurezza alimentare

Il nodo cruciale riguarda l’equilibrio tra protezione della natura e produzione di cibo. Ridurre la superficie coltivabile in Europa per ripristinare habitat naturali implica il rischio di aumentare la pressione su ecosistemi tropicali, con conseguente perdita di specie uniche come oranghi, giaguari e tigri di Sumatra.

 

In Italia, ad esempio, le iniziative di riforestazione nelle Alpi e negli Appennini stanno trasformando pascoli storici in boschi secondari, provocando difficoltà per gli allevatori e spingendo l’importazione di mangimi dall’America del Sud. In Lombardia e Piemonte, la scomparsa delle coltivazioni tradizionali ha favorito la monocoltura di mais, ma ha anche aumentato l’importazione di soia brasiliana, alimentando deforestazione illegale.

 

Riflessioni sugli effetti globali del rewilding

I progetti di rewilding e le riforestazioni su larga scala non possono essere valutati solo attraverso la lente locale. È essenziale considerare l’interconnessione tra ecosistemi globali e flussi commerciali, per evitare che il progresso ecologico in Europa si traduca in devastazioni ambientali altrove.

 

Dunque, se il rewilding promette di ristabilire l’equilibrio naturale nei paesi industrializzati, il prezzo pagato dai polmoni verdi del Pianeta rischia di essere altissimo, soprattutto per le foreste tropicali che custodiscono la maggior parte della biodiversità mondiale.

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